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Beni Comuni

I beni comuni fondamentali, materiali e immateriali, sono patrimonio collettivo dell'umanità. Risorse collettive, cui tutte le specie hanno uguale diritto, sono pertanto il fondamento della ricchezza reale”. (Giovanna Ricoveri, economista e ambientalista)

Secondo la teoria economica e la definizione del premio Nobel per l'economia, Paul Samuelson, le caratteristiche che distinguono i beni pubblici da quelli privati sono due: i beni pubblici possono essere utilizzati nello stesso momento da più persone, principio della non rivalità, e nessun individuo può essere escluso dal loro utilizzo, principio della non escludibilità.

Queste due caratteristiche, tuttavia, non prendono in considerazione la scarsità del bene e il rischio di esaurirlo o di causare una congestione che riduca, fino al limite di annullare, l’utilità del bene stesso. In questo modo i beni comuni risultano non-escludibili, ma rivali.

 

In un articolo del biologo Garret Hardin del 1968, The Tragedy of the Commons, l'autore sostiene che sia proprio la non-escludibilità a provocare il deterioramento della risorsa stessa a causa dell'inevitabile prevalere dell'interesse individuale su quello pubblico.

L'interpretazione strettamente economica di Hardin è stata criticata dalla ricercatrice Elinor Ostrom nel suo articolo Governare i beni collettivi, osserva come nella realtà empirica molte comunità siano riuscite a raggiungere accordi su una utilizzazione sostenibile nel tempo delle risorse comuni tramite l'organizzazione di istituzioni locali incaricate della loro gestione.

Nonostante siano presenti ovunque i beni comuni, sono difficili da definire, forniscono sussistenza, sicurezza e indipendenza, ma non sono merci. Se ne possono distinguere tre categorie:

Una prima categoria comprende: l’acqua, la terra, le foreste e la pesca, vale a dire i beni di sussistenza da cui dipende la vita, in particolare quella degli agricoltori, dei pescatori e dei nativi che vivono direttamente sulle risorse naturali. A questa categoria di beni comuni appartengono anche: i saperi locali, i semi selezionati nei secoli dalle popolazioni locali, il patrimonio genetico dell’uomo e di tutte le specie vegetali e animali, la biodiversità.

Per beni comuni non s’intendono solo le risorse naturali in quanto tali, ma anche i diritti collettivi d’uso, da parte di una determinata comunità, a godere dei frutti di quella data risorsa, diritti denominati usi civici. Ciò che contraddistingue sia i beni comuni sia gli usi civici è la particolare forma di proprietà e di gestione degli stessi, forma che è comunitaria, e che pertanto non è né pubblica né privata. Contrariamente a quanto si crede, gli usi civici e le terre collettive esistono ancora e sono importanti anche nei paesi industrializzati: in Italia, ad esempio usi civici e terre collettive ricoprono ancora un sesto del territorio nazionale.

Una seconda categoria di beni comuni comprende i beni comuni globali: l’atmosfera, il clima, gli oceani, la sicurezza alimentare, la pace, ma anche la conoscenza, i brevetti, Internet, cioè tutti quei beni che sono frutto della creazione collettiva. Questi beni solo recentemente sono stati percepiti come beni comuni globali, dal momento cioè in cui sono sempre più invasi ed espropriati, ridotti a merce, recintati ed inquinati e il loro l’accesso è sempre più minacciato.

Una terza categoria di beni comuni è infine quella dei servizi pubblici forniti dai governi in risposta ai bisogni essenziali dei cittadini, bisogni che ovviamente variano nel tempo. Si tratta di servizi quali: erogazione dell’acqua, della luce, il sistema dei trasporti, la sanità, la sicurezza alimentare e sociale, l’amministrazione della giustizia. I processi di privatizzazione di alcuni servizi che distribuiscono i beni comuni ne mettono a rischio l’accesso universale.

Sulla liberalizzazione dei servizi pubblici, tra cui l’acqua, sono in corso accordi internazionali come il General Agreement on Trade on Services (GATS, Accordo Generale sul Commercio di Servizi), che tendono a due obiettivi fondamentali: rendere i servizi pubblici, compresa l’istruzione, la sanità, la distribuzione di acqua, gas, elettricità, ecc. aperti alla concorrenza internazionale e, di conseguenza, privatizzare i servizi pubblici. La stessa Unione Europea, ispirandosi all’analisi ed alle proposte della Banca mondiale, continua a propugnare la liberalizzazione e privatizzazione dei beni comuni come mezzi di scambio nei rapporti commerciali, come risulta dagli ultimi negoziati con i paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico) e MERCOSUR, mercato comune del sud America.

L’altra crisi investe i servizi che assicurano, più che i beni comuni, il bene comune: l’istruzione, la sanità, l’assistenza e la previdenza sociale.

Particolarmente significativo è il punto riguardante la conoscenza come bene comune: i brevetti delle idee, il software in particolare, l’estensione del copyright ai contenuti digitali, le politiche che tendono a rendere reato la condivisione delle conoscenze, delle formule chimiche e quindi dei principi attivi dei farmaci e perfino del codice genetico, la cosiddetta biopirateria, pongono un forte interrogativo sul futuro del progresso scientifico e tecnologico.

Infine, il tema dei beni comuni è rivolto ad un recupero di modelli di compartecipazione e di decisione basati sulla democrazia diretta, partecipativa, per tutti coloro che hanno diritto all’accesso aperto ai beni comuni, siano municipalità o gruppi e reti cittadine, soggetti singoli o collettivi di cui negli ultimi anni si stanno occupando fra gli altri l'ARNM (Associazione Reti Nuovo Municipio).

ACQUA

La situazione maggiormente critica attualmente è rappresentata dall’acqua, bene comune per eccellenza, assolutamente indispensabile alla vita. Sebbene ovviamente nessuno abbia mai proposto la privatizzazione della risorsa in sé, i processi di privatizzazione che coinvolgono le reti idriche nei fatti compromettono lo status di bene comune: dove gli acquedotti sono stati privatizzati, la logica del profitto ha provocato consistenti aumenti delle tariffe, un peggioramento della qualità dell’acqua, l’esclusione dei morosi e delle fasce sociali più deboli.

Inoltre, nei paesi più poveri l’accesso all’acqua è divenuto motivo di conflitti le cosiddette guerre dell’acqua spesso dovuti a un processo di colonizzazione che i paesi ricchi hanno attuato nei paesi poveri, dove la maggior parte degli acquedotti è in mano a società europee e americane. Emblematiche sono state le giornate di aprile del 2000, quando tutta la città di Cochabamba (Bolivia) è scesa nelle strade per manifestare contro la decisione di una multinazionale statunitense, Bechtel, di privatizzare le risorse idriche del paese, costringendo il governo a revocare la legislazione sulla privatizzazione.

Nel mondo, i movimenti sociali sono sempre più i protagonisti delle lotte in difesa di un’agricoltura legata ad un nuovo rapporto con la terra e per la democrazia delle risorse idriche. In Italia, associazioni, gruppi e comitati locali già dal 2005 sono attivi nei territori con decine di vertenze aperte da cittadini, lavoratori ed anche amministratori locali per dare una svolta radicale rispetto alle politiche liberiste che hanno fatto dell’acqua una merce e del mercato il punto di riferimento per la sua gestione, provocando dappertutto degrado e spreco della risorsa, peggioramento della qualità del servizio, aumento delle tariffe, riduzione degli investimenti, diseconomie della gestione. Se un privato gestisce l'acqua, avrà interesse a che se ne consumi sempre di più; lo stesso vale per gli altri beni comuni naturali, le foreste ad esempio, o i rifiuti, ma una maggiore produzione di questi ultimi è esattamente il contrario di quel che serve all'ambiente.

Anche i beni comuni sociali come l'istruzione, la sanità e i trasporti, quelli cioè che si sono affermati attraverso le lotte, devono essere sottratti al mercato.

CONOSCENZA COME BENE COMUNE

Oggi attraverso internet la conoscenza è potenzialmente disponibile per tutti con un solo click. Ma proprio nel momento della sua apparente maggiore accessibilità, il sapere è soggetto a norme sempre più restrittive sulla proprietà intellettuale, che limitano l'accesso alle risorse on-line. Queste forme di moderne enclosures mettono a rischio il carattere di bene comune della conoscenza. Il sapere deve essere una risorsa condivisa, il propellente stesso per le moderne società che legano la loro prosperità e il loro sviluppo alla ricerca, alla formazione e alla massima diffusione sociale di saperi creativi e innovativi. Open content, creative commons e open source possono costituire un efficace modo di garantire l'accesso alla conoscenza e una sua maggiore e più democratica diffusione globale.

I diritti di proprietà intellettuale sono un altro punto importante nel discorso sulla conoscenza come bene comune. Nelle società contemporanee la proprietà non è più applicata solo al concetto d'invenzione, ma anche all'analisi scientifica: se in un protocollo tecnico viene descritto il funzionamento di una cellula, quella cellula diventa una proprietà, anche se non è stato inventato nulla. Negli scorsi anni le case farmaceutiche hanno cercato di impedire allo Stato del Sud Africa di produrre farmaci per la terapia contro l'AIDS, elaborati basandosi su conoscenze del capitale naturale indiano, e distribuirli alla popolazione al costo di un terzo rispetto a quelli forniti dalle case farmaceutiche. Le multinazionali hanno accettato di dare farmaci al prezzo simbolico di un dollaro piuttosto che rinunciare al diritto di proprietà intellettuale.

 

RIFERIMENTI

A.A.V.V. (Giugno, 2005) Beni Comuni: la sfida più difficile del ventunesimo secolo, CNS – Ecologia Politica, Materiali del seminario organizzato dalla rivista “CSN-Ecologia Politica” in collaborazione con l'Assessorato al Lavoro della provincia di Roma.

Hesse C., Ostrom E., Ferri P.,(2009), La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica, Mondadori Bruno.

 

PER APPROFONDIRE:

Chomsky, N. (2004) Il bene comune, Ed. Piemme

Ostrom, E. (2006) Governare i beni collettivi, Marsilio, Venezia.

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