Lettera al Vescovo di Firenze in favore di Don Santoro

Diocesi di Firenze
Alla c.a. di Sua Eminenza Mons. Giuseppe Betori

Moncucco T.se, 10.11.2009

Eminenza,
mi permetto di richiamare il Suo tempo e la Sua attenzione su una vicenda che so essere in questi giorni piuttosto controversa all’interno della Sua Diocesi.

Premetto una breve presentazione: sono un uomo di 44 anni, cresciuto in un quartiere periferico di Torino, che ha avuto la fortuna di incontrare nella propria vita credenti nel Cristo degli ultimi, alcuni ordinati come sacerdoti, altri laicamente impegnati, entrambi accomunati dal comune intento di difendere l’affermazione dei diritti della creatura umana davanti alle ingiustizie sociali, istituzionali, ai pregiudizi, alle convenzioni. Ho trascorso la mia adolescenza e la giovinezza in un gruppo di ispirazione cristiana impegnato nella solidarietà ai giovani “a rischio” e ai disabili, ho svolto servizio civile per i medesimi motivi, chiedendo di poterlo fare in Caritas anche se poi un precetto di autorità mi ha destinato altrove. Infine ho fatto di questa “passione” il mio lavoro e ora dopo 12 anni di lavoro come educatore, dal 2001 sono presidente di una Cooperativa Sociale.

I miei orientamenti spirituali si sono diversificati e arricchiti e ora non posso definirmi né un cattolico osservante né un cattolico praticante, probabilmente neppure più un cattolico.

Non nel senso istituzionale del termine.

Però riconosco nelle mie radici spirituali la forza e la provocazione del cattolicesimo sociale, di quel credo che cerca “gli ultimi” e da essi sa partire per guardare insieme verso l’alto.

Parasafrasando Juan Arias, teologo amato dalla mia generazione di cattolici impegnati nel sociale, il Dio in cui non credo è quello che fa piegare gli uomini al sabato, dimenticando che invece è il sabato ad essere stato pensato per lo sviluppo degli uomini. Ma il Dio in cui non credo è anche quello che non osa alzare provocazioni consapevoli davanti alle ingiustizie.

Invece il Dio in cui credo è lo stesso che ha spinto don Alessandro Santoro a tentare quell’avventura che si chiama Comunità di Base delle Piagge e, con essa, insieme ad essa, per essa, rischiare, accettando anche le conseguenze di gesti definiti di rottura dall’istituzione ma di amore per la creatura umana.

Chi ha responsabilità su di lui, come la sua Diocesi, come Lei per il ruolo che riveste, ha certamente il dovere di interrogarsi sull’opportunità di taluni gesti di fronte ad un Magistero che non li autorizza, ma io credo che ancor più in profondità abbia l’opportunità di interrogare il proprio animo ed il proprio cuore sull’opportunità di accompagnare o punire l’uomo, il credente, lo spirito motivato che affronta la fatica e il giudizio.

La mia è una piccola opinione, una goccia in un oceano di idee, parole, considerazioni che intorno a questa vicenda si stanno agitando, ma ci tengo a condividerla con Lei perché, come diceva Madre Teresa, altrimenti a quell’oceano mancherebbe una goccia.

E credo sia invece importante che questa goccia scorra davanti ai Suoi occhi e, spero, il Suo cuore.

Non imploro pietà per un sacerdote che, credo abbia consapevolmente scelto i gesti che sentiva di poter sostenere. Non recrimino verso l’istituzione Chiesa che ha fatto ciò che è stata abituata a fare: castigare chi si comporta diversamente dagli ordini impartiti. Non credo neppure che la Comunità finirà la sua esperienza per questo atto di forza e di negazione del diritto di essere ascoltati e accompagnati anche nella propria diversità.

Credo piuttosto che la Comunità anche attraverso questa prepotenza troverà occhi e orecchie per riconoscere chi ha intorno e troverà braccia e gambe per costruirsi e camminare.

Credo che don Santoro, che non conosco personalmente ma che ammiro per il Suo coraggio, saprà anche da questa esperienza trarre ragioni di fede e speranza.

Credo anche, tuttavia, che chi, come il Suo Vescovo, ha il potere e il dovere di accompagnarlo come un padre oggi abbia un’enorme opportunità davanti a sé: ascoltare il proprio cuore, guardare negli occhi il sacerdote che ha osato un gesto tanto forte e tanto delicato come riconoscere e sostenere l’amore e da lui imparare un ulteriore atto di coraggio: osare rimetterlo al suo posto, accanto ai fratelli e alle sorelle che lui accompagna e lo accompagnano e, a sua volta, difenderlo davanti ai poteri che temono chi agisce con la propria testa e il proprio cuore perché meno controllabile.

Eminenza, non si preoccupi di dominare sulla volontà di un sacerdote, non si preoccupi di affermare la volontà della Chiesa sul ministro, si preoccupi semmai di trovare nel gesto provocatorio non la ribellione alla Chiesa ma il suggerimento ad aprire i cuori. Solo i cuori aperti possono accogliere il Cristo e donarlo intorno a se stessi.

Non tema il giudizio su di sé e intorno a sé, abbracci la sfida che la Vita e la Sua vocazione le stanno offrendo, forse don Santoro ha bisogno di un Vescovo come Lei accanto a lui, forse Lei ha bisogno di un sacerdote come don Santoro. Forse insieme potete testimoniare il coraggio del Cristo contro i poteri costituiti in difesa di una società di persone più libere perché liberate dal pregiudizio, più rispettose perché più rispettate nella loro identità.

Formulo la mia preghiera per la Comunità di Base delle Piagge, per don Santoro, per la Vs Diocesi e per Lei, affinché, infine, sappiate incontrarvi, riconoscervi nel comune spirito di servizio all’animo umano e accompagnarvi.


Con sincera partecipazione,

Franco Marengo

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