La finanza islamica

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La finanza islamica si sviluppa sull’etica del Corano; I suoi due pilastri centrali consistono nel fatto che non si possono ottenere interessi sui prestiti (divieto del riba) e che bisogna effettuare investimenti socialmente responsabili.
L'interesse come titolo di risarcimento per chi immobilizza del denaro mettendolo a disposizione dei debitori non è legittimato. L'interesse risk-free è considerato usura, indipendentemente dall'entità dell'interesse applicato.
Al divieto di usura si contrappone l’elemosina, così come all’attività meramente lucrativa viene contrapposta la solidarietà ed al tornaconto individuale il benessere sociale.
L'interesse è riconosciuto come premio di rischio legato a una qualche forma di investimento.

Questi principi penalizzano alcuni ambiti dell'attività bancaria, che non generano profitti e quindi nessuna remunerazione del capitale prestato. Il credito al consumo, i mutui ipotecari e immobiliari per l'acquisto della prima casa sono impieghi "legittimi" del denaro per il diritto islamico, ma non consentono al creditore il guadagno nella forma di una partecipazione ai profitti. Il risultato è quello di orientare i prestiti agli investimenti produttivi, gli unici che permettono una remunerazione, compatibile con il diritto islamico. Per il credito immobiliare e al consumo non è riconosciuto il costo-opportunità del denaro, pari a un interesse risk-free, ovvero quanto avrebbe potuto guadagnare il creditore se avesse investito altrimenti, tenendo conto che la garanzia del bene elimina il rischio del prestito.

Le attività finanziarie islamiche spaziano dal mercato delle obbligazioni islamiche, ai fondi islamici e alle assicurazioni islamiche.
Un importante punto di forza di questa finanza è la coerenza islamica sui precetti morali applicati all’economia dato che non può esistere una finanza laica priva delle radici dell’Islam e questo porta a selezionare le società su cui investire, escludendo quelle coinvolte in attività non accettabili; in questo modo non vengono compresi i titoli finanziari convenzionali all'interno degli indici islamici e ciò permette di restare immuni alle crisi finanziarie.
Le banche che applicano questi principi possono essere considerate quindi, per certi effetti, banche etiche: se si guarda alla provenienza del denaro gestito, questo aggettivo non può esser dato automaticamente, considerando che buona parte del denaro proviene dagli introiti delle estrazioni petrolifere (il resto deriva invece dalla rimesse degli immigrati); d'altra parte, l'eticità viene garantita nella gestione del denaro.
Nel caso dei mutui ipotecari, ad esempio, si fa di tutto per evitare al mutuatario di perdere l'immobile, aspettando il più a lungo possibile e, in alcuni casi, aiutando chi ha perso il lavoro e non ha più i soldi per ripagarsi la casa a trovarne uno nuovo. Esistono poi i finanziamenti destinati ad imprenditori che hanno validi progetti imprenditoriali ma non hanno denaro a disposizione oppure i prestiti a persone bisognose.

Un'altra grande differenza tra la finanza islamica e quella tradizionale è l'enfasi sugli investimenti socialmente responsabili. Mentre secondo la tradizione occidentale è semplicemente possibile investire in modo responsabile per l'Islam ciò è strettamente obbligatorio.
Questo include l'obbligo di assicurarsi che i propri soldi non siano utilizzati per scopi non etici, ovvero il divieto di investire in attività economiche proibite dal Corano  come ad esempio droghe, armi, alcol, pornografia,terrorismo e gioco d´azzardo .

Le banche islamiche inoltre adottano il principio del “Mudaraba”, basato sul concetto di compartecipazione sulla fiducia, come base per i rapporti tra loro e l’investitore o il cliente depositante. Secondo questo concetto, si analizzano due ambiti: da una parte, in caso di investimenti effettuati dalle banche, esse non hanno la facoltà legale di restituire la somma investita in caso di perdita a meno che non sia acclarato un comportamento negligente della banca o che comunque abbia violato i termini degli accordi di “Mudaraba”; dall'altra parte, invece, quando la banca fornisce il capitale all’investitore sulle basi di un contratto di “Mudaraba”, essa non può richiedere la restituzione del capitale se vi è una perdita nel corso dell’investimento a meno che da parte dell’imprenditore non vi sia stato un comportamento scorretto o abbia violato i termine dell’accordo di “Mudaraba”. In entrambi i casi, quindi, chi ha fornito il capitale affronta il rischio di una possibile perdita del suo investimento. Si tratta di un esempio di Profit Loss sharing, ossia la con-partecipazione societaria nei profitti e nelle perdite; esso è uno dei modo attraverso cui, nell’Islam, viene concepita come lecita la remunerazione dei capitali.

Attualmente, anche nel mondo occidentale, molte istituzioni finanziarie offrono prodotti e servizi finanziari in accordo con le regole della finanza islamica. Fra i principali gruppi di diritto islamico: Dallah Albaraka Group (Arabia Saudita), Dar al Maal al Islami Trust (Arabia Saudita), Alrahj Group (Arabia Saudita) The Islamic Investor (Kuwait). L'UaB, Unione della banche Arabe, è la maggiore organizzazione degli istituti di credito di diritto islamico.


RIFERIMENTI
http://www.altalex.com/index.php?idstr=34&idnot=29373
http://archivio.rassegna.it/2001/speciali/afghanistan/commenti/sole24ore/uccello.htm
http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=1835
http://www.nonsoloprestiti.com/index.php
http://yanfry.wordpress.com/2009/03/14/la-finanza-etica-delle-banche-islamiche/
http://it.wikipedia.org/wiki/Finanza_islamica

 

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