librone dell'oracolo - autogestione

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Eco-Villaggio

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L'eco-villaggio può essere definito come una comunità intenzionale ecosostenibile, ossia come un gruppo di persone che hanno scelto di lavorare insieme avendo come obiettivo l'ideale comune della sostenibilità, intendendo come tale l’attitudine di un gruppo umano a soddisfare i propri bisogni, migliorando al contempo le prospettive delle generazioni future. Si tratta quindi di un laboratorio sperimentale nel quale si cercano e si studiano stili di vita alternativi all'attuale modello socio-economico. In particolare, in un eco-villaggio, i nuclei abitativi vengono progettati per ridurre al minimo l'impatto ambientale, si utilizzano energie rinnovabili e si punta sull'autosufficienza alimentare grazie ad agricoltura biologica e permacoltura. Si può quindi affermare che l'eco-villaggio vuole creare nuove forme di convivenza, in contrapposizione alle disgregazioni di tessuti familiari, culturali e sociali presenti oggigiorno.
Esistono diversi tipi di eco-villaggio: si differenziano per l'obiettivo fondante, per le dimensioni, per la localizzazione (urbana o rurale), per la presenza di gruppi laici o religiosi, per il fatto di vivere in un'unica struttura o in diverse abitazioni.
Vivere in un eco-villaggio significa condividere, al di fuori della ristretta cerchia parentale, l'educazione dei propri figli, la preparazione dei pasti ed il lavoro. Si è in grado, da un lato, di migliorare la qualità della propria vita, in quanto si aumenta la socialità e si ha a disposizione più tempo libero e dall'altro di limitare i costi (sia economici che ambientali) in quanto si riduce considerevolmente il numero degli elettrodomestici utilizzati.

 

Autogestione delle fabbriche

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L'autogestione delle fabbriche rappresenta un esempio di economia sociale, solidale, popolare ed alternativa. In particolare dà l'opportunità di creare alleanze politiche e sociali, che si costituiscono attorno alle occupazioni.

Il modello Argentino
Esempi di autogestione delle fabbriche si hanno dall'Argentina: molti operai a rischio di perdere il  lavoro a seguito dei fallimenti di tante imprese durante la crisi del 2001 (causati da un eccesso di speculazione e dai troppi debiti), si sono impossessati delle fabbriche in cui avevano lavorato e le hanno rimesse in funzione. Gli operai sono stati costretti a questa manovra dall'inattività degli imprenditori che erano pronti, invece, a chiudere le fabbriche.
Ci sono stati gli inevitabili problemi iniziali: oltre alle retate dei poliziotti c'era il problema della mancanza di materie prime e, in molti casi, anche dei macchinari, che erano stati portati via dagli imprenditori. Gli operai, rimasti in pochi, hanno dovuto lavorare anche 12 ore al giorno per consentire la ripresa e il mantenimento dei cicli produttivi delle fabbriche e hanno dovuto chiedere dilazioni di pagamento ai fornitori ed anticipi ai clienti.
Tuttavia, questa presa di posizione ha portato infine a buoni risultati: le aziende (non solo imprese manifatturiere ma anche supermercati, fabbriche di autobus, cliniche...) sono state riavviate ed i beni sono stati reinseriti nei canali di distribuzione.

   

Rete Lilliput

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La rete Lilliput nasce nel 1999 con l'obiettivo principale di mettere in collegamento e far interagire tutte le piccole realtà locali italiane che operano contro le diseguaglianze nel mondo. Deriva dalla considerazione che le numerose associazioni e i gruppi sono ricchi di creatività e partecipazione, ma sono poco visibili e hanno poca incisività. Si basa su un Manifesto di intenti elaborato dal “Tavolo delle Campagne”, un gruppo di coordinamento formato dalle principali associazioni e campagne nazionali di stampo sociale. Come dice il nome stesso, la rete si propone di mettere in atto una strategia “lillipuziana” con la quale legare il gigante del liberismo selvaggio attraverso numerose piccole azioni concrete.
Si tratta di una rete laica, composta da persone, nodi, organizzazioni e reti collegati e coordinati che perseguono il cambiamento delle regole che governano le istituzioni finanziarie e il commercio internazionale; propongono il cambiamento dei comportamenti e degli stili di vita, un modello diverso di gestione integrata del territorio, delle risorse naturali e dei beni comuni basato sulla partecipazione, la consapevolezza dei limiti delle risorse e sulla riduzione dell'impronta ecologica; si impegnano per un'economia di giustizia e solidarietà, per una politica di disarmo, per un modello di difesa popolare non violenta e per la gestione non violenta dei conflitti, per il recupero della solidarietà sociale e per l'interazione paritetica delle culture.

 

Bilancio partecipativo, Porto Alegre

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Porto Alegre è la capitale dello Stato del Rio Grande do Sul, si trova all'estremo sud del Brasile, in un'area di confine con l'Argentina, il Paraguay e l'Uruguay; è una metropoli di quasi un milione e mezzo di abitanti con un'economia da realtà di confine: commercio transfrontaliero, terziario avanzato e micro-imprese.
Dal 1989 il Comune di Porto Alegre ha riorganizzato alcuni suoi settori strategici in senso partecipativo attraverso un processo istituzionale che va sotto il nome di bilancio partecipativo (Orçamento Participativo): una forma pubblica di gestione del potere, con cui i cittadini decidono come sarà utilizzato il bilancio pubblico. È un modo di controllare da dove viene il denaro e dove va, una maniera con cui tutti partecipano alla decisione di come le risorse saranno spese. È costituito da una serie di dibattiti successivi e aperti a tutti i cittadini per decidere la destinazione degli investimenti in strutture e servizi in ambito cittadino.

   

Software libero

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Fu Richard M. Stallman, nei primi anni Ottanta, a formalizzare per la prima volta il concetto di software libero. La definizione di Stallman, che da subito assurse al ruolo di definizione per eccellenza di software libero, assume la forma di quattro principi di libertà:
Libertà 0, o Libertà fondamentale: la libertà di eseguire il programma per qualunque scopo, senza vincoli sul suo utilizzo.
Libertà 1: la libertà di studiare il funzionamento del programma, e di adattarlo alle proprie esigenze.
Libertà 2: la libertà di redistribuire copie del programma.
Libertà 3: la libertà di migliorare il programma, e di distribuirne i miglioramenti.

Il software distribuito con una licenza che rispetti questi principi è detto software libero (in inglese free software). Il Copyleft, o permesso d’autore, è nato a tutela di queste libertà fondamentali, poiché impedisce che un utente, dopo aver modificato il programma, possa ridistribuirlo con l’aggiunta di restrizioni, in questo modo la forma libera del software è garantita nel tempo. Nel 1984 Richard M. Stallman diede vita al progetto GNU, con lo scopo di tradurre in pratica il concetto di software libero, e creò la Free Software Foundation per dare supporto logistico, legale ed economico al progetto GNU.

 

Copyleft

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Il Copyleft tutela la libera circolazione di informazioni. In principio nacque per salvaguardare la liberalizzazione del software, ma in seguito venne esteso ad altri campi come ad esempio l'editoria, grazie allo sviluppo di numerose licenze basate sui principi in esso racchiusi.


Simbolo ufficiale del Copyleft




L'espressione inglese copyleft è un gioco di parole su copyright in cui la seconda parola del composto, "right" (destra) è scambiata con "left" (sinistra). Individua un modello di gestione dei diritti d'autore basato su un sistema di licenze attraverso le quali l'autore (in quanto detentore originario dei diritti sull'opera) indica ai fruitori dell'opera che essa può essere utilizzata, diffusa e spesso anche modificata liberamente, pur nel rispetto di alcune condizioni essenziali. Nella versione pura e originaria del copyleft (cioè quella riferita all'ambito informatico) la condizione principale obbliga i fruitori dell'opera, nel caso vogliano distribuire l'opera modificata, a farlo sotto lo stesso regime giuridico (e generalmente sotto la stessa licenza). In questo modo, il regime di copyleft e tutto l'insieme di libertà da esso derivanti sono sempre garantiti.

   

Piqueteros (Argentina)

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I piqueteros sono attivisti appartenenti al movimento dei lavoratori disoccupati dell'Argentina. Il movimento nasce nel 1995 nel sud dell'Argentina come forma di protesta contro il taglio di posti di lavoro nel settore degli idrocarburi; ma è negli ultimi anni che è fortemente cresciuto a causa della gravissima crisi economica del paese che ha portato la disoccupazione al 22%, al collasso del settore bancario, a una perdita del potere di acquisto della moneta argentina (-35% nei soli primi 5 mesi del 2002 ) e costretto il 45% della popolazione sotto la soglia di povertà.
Traggono il nome dal ricorso ai piquetes (picchetti di ostruzione di strade) come mezzo di protesta. Con il blocco del traffico di camion della RN 22 (Ruta Nacional 22) i manifestanti riuscirono ad ottenere un dietro-front da parte dei dirigenti della YPF (Yiacimientso Petrolíferos Fiscales), annullando i licenziamenti. A differenza dei picchetti tradizionali, questo nuovo tipo coinvolge non solamente i lavoratori, ma anche le loro famiglie e altri attori politici.
La tipologia di protesta si diffuse rapidamente anche in altre località fino a livello nazionale.

 

Sem Terra, Brasile

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Il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (movimento dei lavoratori rurali senza terra, MST) è un movimento contadino nato nel 1984, dalle occupazioni di terra nel sud del Brasile. È oggi presente in 24 stati del paese e coinvolge un milione e mezzo di persone. Grazie alle sue lotte, 350.000 famiglie hanno conquistato la terra, mentre 150.000 stanno lottando negli accampamenti. Centrale nel MST è il vincolo con la propria base: "Siamo un'organizzazione politica e sociale delle masse, non un gruppo ben preparato che pensa di risolvere da solo il problema della riforma agraria". E la riforma agraria sembra ancora lontana in Brasile, nonostante il governo Lula l'abbia promessa con il II° Piano Nazionale di Riforma Agraria dell'autunno 2003. L'Incra, Istituto nazionale per la riforma agraria, fornisce dati sconvolgenti: l'1,6% dei proprietari con immobili al di sopra dei mille ettari possiedono il 46,8% dell'area totale esistente nel paese, il 51,4% degli immobili classificati come grandi proprietà è improduttivo, ossia più di 133 milioni di ettari di terre non rispondono alle esigenze di produttività e potrebbero essere espropriate per la riforma agraria, secondo il dettato costituzionale.

   

Zapatisti, Chiapas

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L'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) è un movimento attivo in Chiapas, lo stato messicano più meridionale e tra i più poveri del paese; formato prevalentemente da indios discendenti dai Maya, rivendica i diritti delle popolazioni native messicane, ma ha anche obiettivi anti-capitalisti e no-global: come ha dichiarato Marcos, "forse gli zapatisti sono stati i precursori", hanno visto e riflettuto prima di ogni altro movimento sulle conseguenze che il liberismo ha sulle singole culture particolari.

Può considerarsi una formazione rivoluzionaria di stampo marxista, ma rompe con i tradizionali gruppi rivoluzionari: ad eccezione della prima insurrezione del 1994 durata 12 giorni e la presa di alcune comunità poco tempo dopo, non ha più fatto ricorso ad azioni violente. Inoltre l'EZLN rifiuta il ricorso ai normali canali politici, non ha formato nessun nuovo partito né si è mai alleato con partiti già esistenti, partendo dall'osservazione che questi strumenti non sono sempre stati utili agli indios.
Il portavoce dell'EZLN è il subcomandante Marcos che sembra essere un uomo di mezza età che fuma la pipa. Dietro il suo passamontagna, secondo il governo, si nasconde Rafael Guillén, un insegnante universitario di Città del Messico. Marcos non ha mai confermato questa ipotesi, in ogni caso chiaramente non è un indio e chi lo critica spesso sottolinea questo fatto per mettere in dubbio i suoi obiettivi e le sue motivazioni. È riconosciuto da molti come un abile ed eloquente comunicatore; i suoi comunicati scritti, colloquiali, ironici e colmi di riferimenti a storie indigene sono stati pubblicati ampiamente dai media nei primi anni. Tuttavia, dopo il 2001 vi è stato un lungo periodo di silenzio e le sue relazioni con i media ne hanno risentito.

 

Beni comuni

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“I beni comuni fondamentali, materiali e immateriali, sono patrimonio collettivo dell'umanità. Risorse collettive, cui tutte le specie hanno uguale diritto, sono pertanto il fondamento della ricchezza reale”. (Giovanna Ricoveri, economista e ambientalista)

Secondo la teoria economica e la definizione del premio Nobel per l'economia, Paul Samuelson, le caratteristiche che distinguono i beni pubblici da quelli privati sono due: i beni pubblici possono essere utilizzati nello stesso momento da più persone, principio della non rivalità, e nessun individuo può essere escluso dal loro utilizzo, principio della non escludibilità.
Queste due caratteristiche, tuttavia, non prendono in considerazione la scarsità del bene e il rischio di esaurirlo o di causare una congestione che riduca, fino al limite di annullare, l’utilità del bene stesso. In questo modo i beni comuni risultano non-escludibili, ma rivali.
In un articolo del biologo Garret Hardin del 1968, The Tragedy of the Commons, l'autore sostiene che sia proprio la non-escludibilità a provocare il deterioramento della risorsa stessa a causa dell'inevitabile prevalere dell'interesse individuale su quello pubblico.
L'interpretazione strettamente economica di Hardin è stata criticata dalla ricercatrice Elinor Ostrom nel suo articolo Governare i beni collettivi, osserva come nella realtà empirica molte comunità siano riuscite a raggiungere accordi su una utilizzazione sostenibile nel tempo delle risorse comuni tramite l'organizzazione di istituzioni locali incaricate della loro gestione.

   

Informazione indipendente

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Oggi come non mai l'utilizzo dei mezzi di comunicazione, e particolarmente di quello televisivo, può orientare e condizionare l'evoluzione della società, i rapporti di forza, le scelte economiche e politiche. Il controllo democratico di questo fenomeno è un tema importante del nostro tempo, anche sul piano culturale e dei diritti umani. L'informazione e la libera manifestazione del pensiero sono diritti irrinunciabili, non a caso solennemente sanciti dalla Costituzione italiana.
Il mercato dell'informazione è dominato da trecento società: numerose fusioni e accordi hanno dato vita a veri imperi della comunicazione quali le americane Aol-Time-Warner e Viacom che insieme fatturano 40 miliardi di dollari l'anno, l'equivalente della ricchezza prodotta in un anno in Romania. Di queste: 144 sono nordamericane, 80 europee, 49 giapponesi e solo 27 interessano altre aree geografiche.

 

Contratti di quartiere

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I Contratti di Quartiere sono progetti finanziati dal Ministero dei Lavori Pubblici e promossi dagli enti locali, volti al recupero e alla riqualificazione di aree cittadine soggette a condizioni di diffuso degrado fisico e ambientale, scarsa coesione e disagio sociale.

Questi mirano principalmente alla ristrutturazione e l'ammodernamento dei complessi residenziali di edilizia pubblica, con particolare attenzione al tema del risparmio energetico e della sostenibilità ambientale (isolamento termico, installazione pannelli solari, teleriscaldamento, raccolta e riciclo acqua piovana, ecc); si occupano inoltre del recupero e della demolizione di strutture abbandonate o aree industriali dismesse e della riqualificazione di parchi, aree comuni e di aggregazione sociale.

Altri ambiti, anche se di minore impatto e rilevanza, riguardano la viabilità e l'arredo urbano.